Un pigro martedì sera di fine estate.
Casa mia.
Che faccio?
Alternative possibili:
1. tv.
2. il mio blog.
3. esco.
4. lavo i piatti.
Ora, visto che di farmi prendere in giro da quell'apparecchio a tubo catodico (anche se il tubo catodico non c'è più) non mi va proprio, visto che il mio blog ormai mi "chiama" quando vuole che io aggiunga qualcosa ed è perfettamente inutile che io prenda iniziative, visto che lunedì sera è stata una bella, bellissima serata e ancora mi appartiene quel senso di appagamento tale da rendermi inappetente di fronte alla possibilità di uscire e vedere altra gente, ho deciso di mettermi a lavare i piatti.
Anche perchè sto diventando un maniaco dell'ordine.
Dicono sia sempre così all'inizio. Ci credo poco, ma tant'è.
E così:
rubinetto,
spugna,
detersivo,
piatti (in maggioranza bicchieri, a dire la verità) sporchi.
Dopo pochi istanti una domanda amletica mi attanaglia.
Qualcuno è in grado di spiegarmi per quale prodigiosa congiunzione astrale, ogniqualvolta che si apre il rubinetto il getto d'acqua finisce irrimediabilmente sull'unico cucchiaino -ovviamente, neanche a dirlo, con la concavità rivolta verso il basso- presente nel lavabo, e tutta, dico tutta l'acqua inizia a zampillare sul pavimento appena lavato? Che ancora mi chiedo come sia possibile che da quel maledetto tubo d'alluminio sia uscita tutta quell'acqua in così poche frazioni di secondo.
Non è casualità, ormai ne sono certo. Ci deve essere una legge fisica ben precisa che ignoro.
Maledetta.
Mi toccherà asciugare tutto.
Tra qualche minuto, però.
Ora, il mio blog ha iniziato a chiamarmi.
martedì 28 agosto 2007
venerdì 24 agosto 2007
Di partenze, ritorni, e varie altre amenità
Quest'estate sono partito.
Senza muovere un passo, sia chiaro.
Ma sono andato ugualmente "lontano".
Ho volato, saltellato, zoppicato, annaspato e poi volato ancora.
Il tutto, come ho già detto, senza muovere uno stramaledetto passo.
E ho scoperto che è facile volare, fin troppo a dirla tutta (quasi una delusione...quasi...), quando si è leggeri leggeri.
Partiamo dal presupposto che me ne fotto altamente del motivo per cui ora mi sento così leggero (la verità è che me la faccio sotto al pensiero che
scoprire la ragione di tanta leggiadria possa farla terminare così come magicamente è iniziata).
Ho imparato che non conviene sempre porsi domande, e a volte ci riesco pure.
Vigliaccheria? Forse, a me piace chiamarla istinto di sopravvivenza.
E funziona, garantito.
Almeno per un po' e con me, funziona.
Poi la domanda fa il giro, ti passa di lato, poi dietro, poi sull'altro lato, infine ancora di fronte a te.
E si ricomincia da capo.
Ma, nel frattempo, hai preso tempo e fiato. E non è poco.
Comunque.
Svolazzando più o meno allegramente qua e là dentro 'sta mente a volte troppo complicata per poter essere compresa dalla mia mente a volte troppo semplice, ho visto,
per un istante, uno solo, d'accordo, ma pur sempre un vivo vero reale concreto chediolobenedica istante, ho visto, dicevo, la mia vita come voglio che sia.
Chiariamoci subito prima che mi si fraintenda.
Non che io l'abbia "vissuta" per un istante.
L'ho soltanto "vista".
E la differenza è sostanziale, ovviamente.
Come quando, da bambino, andando a spasso con mia mamma osservavo, adorante, le vetrine dei negozi di giocattoli.
I robot dei Transformers.
Commander.
Wow.
Lo desideravo quasi morbosamente, e vederlo era già mezza felicità. Facciamo un terzo, va.
Possederlo, gli altri due terzi.
Con Commander, se non ricordo male -e non ricordo male-, mi sono fermato ad un terzo.
Con la-mia-vita-come-voglio-che-sia, pure.
Ma Commander me lo porto dentro da venticinque anni abbondanti.
Ormai posso dire di aver abbandonato le speranze.
L'altra faccenda, invece, sta ancora in piedi.
Anzi, s'è appena alzata.
E adesso vuole, esige, pretende spazio.
Urla una musica soave, la-mia-vita-come-voglio-che-sia.
E i due terzi di felicità mancanti resteranno tali fintanto che non imparerò a suonarla anche io, la musica soave.
Non è che sia proprio facile 'sta cosa, ma direi che vale la pena provarci...il viaggio intrapreso va continuato, ancora più in profondità.
E' come se ora fossi, piccolo piccolo, a zonzo nei miei bulbi oculari, e dovessi arrivare nello stomaco.
Passando per mente e cuore.
F-a-r-à-u-n-m-a-l-e-c-a-n-e.
Pazienza.
E' curioso come una delle prime cose alle quali si pensa non appena si intravede la "terra" (o il mare, dipende dai punti di vista) sia voler
condividere quella vista con le persone che ami, quelle che ti stanno più vicine, quelle alle quali vuoi bene da quando "voler bene" significa
ciò che significa ora.
E dispiace un po' vedere che, chissà da quali venti trasportati, loro la tua vista non ce l'hanno.
O meglio.
Vedono la terra (o il mare, s'è detto) riflessa nei tuoi occhi, ma non direttamente.
Glielo urleresti nei timpani che basta girare un po' la testa per vedere ciò che vedi tu, diciamo un centottanta gradi scarsi, ma non ci riescono proprio.
Come biasimarli, d'altronde. Quando si era a parti invertite, io neanche di mezzo grado mi son girato.
Non è che non vuoi, è che non ce la fai proprio.
Li capisco, quindi.
Ma dispiace lo stesso.
C'è una bellissima canzone che dice che "alla fine di un viaggio c'e' sempre un viaggio da ricominciare".
Io credo che il viaggio da ricominciare sia spesso il ritorno dall'altro viaggio, quello precedente. Perchè altrimenti che senso avrebbe partire se poi non
si può tornare per confrontarsi con chi si era prima? Ho bisogno di capire di volta in volta il valore aggiunto, è questo il punto.
Così aggiusto il tiro.
E' come se stessi costruendo una casetta e aggiungessi un mattone.
La casetta è l'insieme delle esperienze pregresse, il mattone è il valore aggiunto.
Facile, no? Magari.
Certe volte invece di aggiungere mattoni, distruggo travi. E sapeste che botto.
Ma poi, ve l'ho già detto, lo so, inspiegabilmente e con i suoi tempi, le travi, i mattoni, il cemento...tutto torna al proprio posto.
Non si è davvero felici quando tutto intorno è luce, ma quando, di fronte a zone d'ombra, ci si riesce a porre in una posizione di osservazione privilegiata.
Bicchiere mezzo pieno, direbbero alcuni.
Volare, dico io.
Ora, è tutto un po' più chiaro?
No!?
Pazienza.
Senza muovere un passo, sia chiaro.
Ma sono andato ugualmente "lontano".
Ho volato, saltellato, zoppicato, annaspato e poi volato ancora.
Il tutto, come ho già detto, senza muovere uno stramaledetto passo.
E ho scoperto che è facile volare, fin troppo a dirla tutta (quasi una delusione...quasi...), quando si è leggeri leggeri.
Partiamo dal presupposto che me ne fotto altamente del motivo per cui ora mi sento così leggero (la verità è che me la faccio sotto al pensiero che
scoprire la ragione di tanta leggiadria possa farla terminare così come magicamente è iniziata).
Ho imparato che non conviene sempre porsi domande, e a volte ci riesco pure.
Vigliaccheria? Forse, a me piace chiamarla istinto di sopravvivenza.
E funziona, garantito.
Almeno per un po' e con me, funziona.
Poi la domanda fa il giro, ti passa di lato, poi dietro, poi sull'altro lato, infine ancora di fronte a te.
E si ricomincia da capo.
Ma, nel frattempo, hai preso tempo e fiato. E non è poco.
Comunque.
Svolazzando più o meno allegramente qua e là dentro 'sta mente a volte troppo complicata per poter essere compresa dalla mia mente a volte troppo semplice, ho visto,
per un istante, uno solo, d'accordo, ma pur sempre un vivo vero reale concreto chediolobenedica istante, ho visto, dicevo, la mia vita come voglio che sia.
Chiariamoci subito prima che mi si fraintenda.
Non che io l'abbia "vissuta" per un istante.
L'ho soltanto "vista".
E la differenza è sostanziale, ovviamente.
Come quando, da bambino, andando a spasso con mia mamma osservavo, adorante, le vetrine dei negozi di giocattoli.
I robot dei Transformers.
Commander.
Wow.
Lo desideravo quasi morbosamente, e vederlo era già mezza felicità. Facciamo un terzo, va.
Possederlo, gli altri due terzi.
Con Commander, se non ricordo male -e non ricordo male-, mi sono fermato ad un terzo.
Con la-mia-vita-come-voglio-che-sia, pure.
Ma Commander me lo porto dentro da venticinque anni abbondanti.
Ormai posso dire di aver abbandonato le speranze.
L'altra faccenda, invece, sta ancora in piedi.
Anzi, s'è appena alzata.
E adesso vuole, esige, pretende spazio.
Urla una musica soave, la-mia-vita-come-voglio-che-sia.
E i due terzi di felicità mancanti resteranno tali fintanto che non imparerò a suonarla anche io, la musica soave.
Non è che sia proprio facile 'sta cosa, ma direi che vale la pena provarci...il viaggio intrapreso va continuato, ancora più in profondità.
E' come se ora fossi, piccolo piccolo, a zonzo nei miei bulbi oculari, e dovessi arrivare nello stomaco.
Passando per mente e cuore.
F-a-r-à-u-n-m-a-l-e-c-a-n-e.
Pazienza.
E' curioso come una delle prime cose alle quali si pensa non appena si intravede la "terra" (o il mare, dipende dai punti di vista) sia voler
condividere quella vista con le persone che ami, quelle che ti stanno più vicine, quelle alle quali vuoi bene da quando "voler bene" significa
ciò che significa ora.
E dispiace un po' vedere che, chissà da quali venti trasportati, loro la tua vista non ce l'hanno.
O meglio.
Vedono la terra (o il mare, s'è detto) riflessa nei tuoi occhi, ma non direttamente.
Glielo urleresti nei timpani che basta girare un po' la testa per vedere ciò che vedi tu, diciamo un centottanta gradi scarsi, ma non ci riescono proprio.
Come biasimarli, d'altronde. Quando si era a parti invertite, io neanche di mezzo grado mi son girato.
Non è che non vuoi, è che non ce la fai proprio.
Li capisco, quindi.
Ma dispiace lo stesso.
C'è una bellissima canzone che dice che "alla fine di un viaggio c'e' sempre un viaggio da ricominciare".
Io credo che il viaggio da ricominciare sia spesso il ritorno dall'altro viaggio, quello precedente. Perchè altrimenti che senso avrebbe partire se poi non
si può tornare per confrontarsi con chi si era prima? Ho bisogno di capire di volta in volta il valore aggiunto, è questo il punto.
Così aggiusto il tiro.
E' come se stessi costruendo una casetta e aggiungessi un mattone.
La casetta è l'insieme delle esperienze pregresse, il mattone è il valore aggiunto.
Facile, no? Magari.
Certe volte invece di aggiungere mattoni, distruggo travi. E sapeste che botto.
Ma poi, ve l'ho già detto, lo so, inspiegabilmente e con i suoi tempi, le travi, i mattoni, il cemento...tutto torna al proprio posto.
Non si è davvero felici quando tutto intorno è luce, ma quando, di fronte a zone d'ombra, ci si riesce a porre in una posizione di osservazione privilegiata.
Bicchiere mezzo pieno, direbbero alcuni.
Volare, dico io.
Ora, è tutto un po' più chiaro?
No!?
Pazienza.
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